Sculture del novecento

 

 

Acquistiamo sculture del novecento

L’interesse comprende opere di scultori – autori italiani
delle varie scuole regionali e scultori stranieri  risalenti al
periodo compreso tra la fine degli anni dell’ ‘800  e la
seconda metà del ‘900, autori che hanno caratterizzato il
panorama  italiano ed europeo soprattutto nella seconda
metà del ‘900,  i cui stilemi spesso hanno prodotto epigoni
sino al 20 secolo. Siamo altresì interessati, oltre che a opere
di scultura , a sculture in marmo, in bronzo, argento,  in
terracotta e cera, bozzetti, nonché dipinti – studi – disegni
di qualsiasi autore.

  • sculture marmo
  • sculture bronzo
  • sculture legno
  • bozzetti in qualsiasi materiale
  • sculture terracotta
  • sculture gesso
  • sculture giada e corallo
  • sculture quarzo e quarzite
  • sculture in cera

Francesco Messina (Linguaglossa15 dicembre 1900 – Milano13 settembre 1995)

Marino Marini (Pistoia27 febbraio 1901 – Viareggio6 agosto 1980)

Francesco Messina (Linguaglossa15 dicembre 1900 – Milano13 settembre 1995)

Giorgio de Chirico (Volo10 luglio 1888 – Roma20 novembre 1978)

Giacomo Manzù (Bergamo22 dicembre 1908 – Aprilia17 gennaio 1991)

Alcune caratteristiche storiche e cenni storici

Tra l’ultimo decennio del Settecento ed il primo Ottocento ha inizio la storia della scultura moderna, con le prime grandi opere di Antonio Canova (ad esempio Amore e PsicheErcole e LicaLe Grazie), che avevano fatto propria, con grazia veneziana, la lettura della scultura antica. Roma fu il centro di un orientamento che si sparse in tutta Europa. e che vide ben presto nuovi protagonisti, dal danese Bertel Thorvaldsen ad Adamo Tadolini, a Pietro Tenerani, a Carlo Finelli. Anche a  Milano, grazie all’Accademia di Brera, maturarono due generazioni impregnate del bello antico ma anche aperte alle novità romantiche:  Camillo Pacetti, Giambattista Comolli, Pompeo Marchesi, Benedetto Cacciatori, Francesco Somaini, Abbondio Sangiorgio. Con l’avvento del romanticismo e della Restaurazione,  i protagonisti della scultura, come i pittori, si aprirono a nuove suggestioni: i soggetti storici, l’abbandono progressivo di paludamenti all’antica, la riconsiderazione del Rinascimento italiano, un nuovo e più fresco sguardo sulla realtà. A Parigi e poi a Firenze, Lorenzo Bartolini maturò una personale via al naturalismo, seguito dall’allievo Giovanni Duprè.  Comunemente si riconosce a Carlo Marocchetti, con il suo Emanuele Filiberto torinese, del 1833, l’arrivo in Italia del Romanticismo. Anche Milano si indirizzò ben presto su questa via, con personalità significative come Alessandro Puttinati, ed altre personalità di rilievo, tra le quali emerse per una particolare importanza Vincenzo Vela, raffinato interprete dell’apertura al vero naturale, dotato di una particolare, tesa e immediata adesione al soggetto. Vela fu maestro dal 1856 di una nuova ed agguerrita generazione di scultori torinesi, e seppe dare in una serie di importanti opere (SpartanoLe vittime del lavoro), una inedita empatia con le contraddizioni della storia in divenire. Col declino del secolo furono le tematiche del vero a formare l’asse portante di una nuova sensibilità artistica, a cui la scultura diede forma e nuovi impulsi creativi. Fu ancora Milano a mettere in gioco questi orientamenti, sull’onda dell’adesione al movimento letterario ed artistico della Scapigliatura, con Giuseppe Grandi, Ernesto Bazzaro, Eugenio Pellini, Paolo Troubetzkoy. Ma nel frattempo, nuovi indirizzi maturarono, aprendo la strada ad una fine secolo rivolta ad esperienze europee, come il Simbolismo, incarnato in Italia da un caposcuola come Leonardo Bistolfi.  Nel resto d’Italia, la strada al realismo ed al suo superamento fu altrettanto significativa, ma non così estrema come a Milano e a Torino. Personalità di rilievo furono il toscano Adriano Cecioni, il ligure Augusto Rivalta, il bresciano Angelo Zanelli, il romano Ercole Rosa, Ettore Ferrari autore del celebre Giordano Bruno per Roma (1888), il romano di adozione Giulio Monteverde, Mario Rutelli, il palermitano Ettore Ximenes, negli anni in cui a Napoli si svolse la vicenda umana ed artistica del grande Vincenzo Gemito. Con l’aprirsi del novecento, le premesse realiste e quelle simboliste evolsero verso nuove inquietudini. Adolfo Wildt aprì ad un espressionismo nordico e slavo diffuso in Italia grazie alla favorevole accoglienza delle sculture di Ivan Mestrovic. Erano le fonti a cui attinsero anche il genovese  Eugenio Baroni, Attilio Selva ed Arrigo Minerbi. Libero Andreotti aprì la sua curiosità alle novità parigine di Bourdelle, ed a Roma Duilio Cambellotti sviluppò un suo personale approccio alla scultura narrativa. Ma ben presto vi fu una rottura definitiva con la tradizione: le teste di Amedeo Modigliani eseguite all’aprirsi degli anni ’10 guardavano all’arte etnica, e i futuristi operarono la loro reinvenzione del mondo con una nuova estetica del movimento: Umberto Boccioni immerse la scultura nel flusso della vita e su questa falsariga si mossero Giacomo Balla e Roberto Melli. La prima guerra mondiale sconvolse del tutto il panorama culturale, restituendo, alla sua fine, un paesaggio artistico del tutto mutato. Nel nuovo momento emersero  Arturo Martini, con una scultura permeabile alle sensazioni ed alle occasioni della vita, Marino Marini, dotato di un senso arcaico della scultura, Francesco Messina, segnato dalla facilità descrittiva, e Giacomo Manzù, fortemente personale nello stile e nei soggetti. Ma se queste furono le personalità forti del nuovo secolo, il panorama della scultura italiana fino alla Seconda Guerra Mondiale fu molto più ricco ed articolato: si pensi ai vari protagonisti del Novecento, ma anche a personaggi non ortodossi come Luigi Broggini, legato al gruppo milanese di “Corrente” ed alla Galleria milanese del Milione, assieme a Lucio Fontana e Fausto Melotti, tutti, a loro modo, avviati ad una revisione profonda ed irreversibile del  “fare scultura”.

(Scheda a cura del Prof. Walter Canavesio)

CENNI STORICI SULLA SCULTURA IN PIEMONTE 

La storia della scultura moderna piemontese vede anzitutto un primo protagonista in Giacomo Spalla, che transitò fra tre regimi, dopo una preparazione iniziale a Roma all’Accademia di San Luca. Esplicò la propria attività a Torino, dove ebbe anche un ruolo di statuario ufficiale e insegnò all’Accademia di Belle Arti, ma fu attivo anche nei centri di potere internazionali, a Parigi e a Monaco. Una analoga esperienza internazionale toccò a Felice Festa, in buoni rapporti con Canova. Da una stirpe di medaglisti e scultori emerse nel contempo Amedeo Lavy, perfezionatosi anche lui a Roma presso Canova e poi membro dell’Accademia di San Luca. Spalla e Lavy ebbero un ruolo di indirizzo nelle nuove generazioni di scultori neoclassici formati alla rinnovata Accademia torinese, ed impegnati nell’epoca del re Carlo Felice nella grande impresa scultorea della Gran Madre di Dio a Torino (1828-1830), che vide attivi Giuseppe Bogliani, Angelo Bruneri, Carlo Canigia, assieme ai sardi Andrea Galassi e Antonio Moccia, tutti seguiti a Roma dal grande Bertel Thorvaldsen. Anche Carlo Finelli, affermato scultore carrarese trapiantato a Roma ebbe un ruolo importante nell’opera torinese, fornendo i modelli per i bassorilievi, realizzati da giovani scultori milanesi (Abbondio Sangiorgio, Francesco Somaini, Gaetano Motelli, Francesco Stanga), in seguito affermatisi in Lombardia. Bogliani, Bruneri, Caniggia, assieme a Antonio Bisetti, Luigi Cauda, Silvestro Simonetta ed al genovese Giuseppe Gaggini (anche docente di scultura all’Accademia), operarono per tutta la prima metà del secolo ed alcuni anche oltre, portando avanti il classicismo delle origini fino alla sua naturale estinzione. A metà secolo intervennero infatti novità importanti. Nel 1856 il marchese di Breme azzerò il corpo docente dell’Accademia, imponendo un cambiamento di gusto, che vide sopraggiungere la nuova generazione romantica e verista, incarnata dal grande maestro Vincenzo Vela. Questi, oltre a lasciare a Torino importanti sculture, coltivò numerosi allievi, il più dotato dei quali fu Pietro Della Vedova. Le tematiche del “vero” e del naturalismo entrarono così nell’insegnamento, in parallelo con le nuove scuole pittoriche. Dopo l’uscita di scena di Vela, nel 1867, raccolsero la bandiera del naturalismo l’allievo Angelo Cuglierero, Odoardo Tabacchi (docente all’Accademia) e Luigi Belli. Il monumento al Fréjus di piazza Solferino fu la palestra delle nuove generazioni di scultori, tra i quali emerse Lorenzo Vergnano, presto legatosi professionalmente all’abile Giuseppe Sartorio, e Luca Gerosa. Vennero poi, come allievi di Tabacchi, ma con grande indipendenza di giudizio, Pietro Canonica, Davide Calandra, Edoardo Rubino ed il casalese Leonardo Bistolfi, quest’ultimo arrivato a Torino negli anni ’80 dopo una formazione presso l’Accademia di Brera. Questi tre scultori segnarono il passaggio al nuovo secolo in modo determinante, con indirizzi diversi, ma con una grande carica di potenzialità artistiche e, nel caso di Bistolfi, anche con una apertura a tutto campo nei mondi della letteratura, della pittura, del disegno, sotto il segno dell’adozione, avvenuta nel 1890, delle nuove istanze del Simbolismo internazionale. Un caso a parte è quello di Edoardo Rubino, che operò fino al secondo dopoguerra, con sensibilissma capacità di adattamento ai nuovi indirizzi e grande creatività artistica.  Nuovi abili artisti operarono in parallelo: Cesare Biscarra, Gaetano Cellini, il lombardo Giuseppe Cerini, Casimiro Debiaggi,  Michelangelo Monti, Carlo ed Ercole Reduzzi. A Bistolfi, la cui fortuna internazionale durò fino alla Prima Guerra Mondiale,  furono legati Guido Bianconi, Giacomo Cometti, Mario Malfatti, Giovanni Riva (l’autore della Fontana Angelica di Torino, modernamente aperta alla nuova scultura francese degli anni ’20), Arturo Stagliano  e molti altri. Le generazioni successive, cresciute nel Novecento, portarono notevoli aggiornamenti di gusto, in parallelo alla sopravvivenza del discutibile “bistolfismo”. Giovanni Battista Alloati, formatosi in gioventù a Parigi, ebbe una robusta attività di statuario continuata dal figlio Adriano, ma a Torino operò anche, fino alla Seconda Guerra Mondiale, il calabrese Michele Guerrisi, promotore di idee crociane e personalità di spicco del Sindacato degli artisti, maestro del giovane Umberto Mastroianni e di Mario Giansone.  A Torino la scultura pubblica si arricchì di opere di rilievo, una per tutte il monumento ad Emanuele Filiberto duca d’Aosta (1937), con un concorso vinto dal genovese Eugenio Baroni. Altre significative presenze furono quelle di Luigi Aghemo, Virgilio Audagna, Umberto Baglioni (successore di Rubino alla cattedra torinese di scultura all’Accademia), Angelo Balzardi, Carlo Fait, Angelo Saglietti, RobertoTerracini, l’animalista Felice Tosalli. Rodolfo Castellana aprì la strada alla scultura futurista, che ebbe in Mino Rosso il suo più attivo e convinto protagonista.

(Scheda a cura del Prof. Walter Canavesio)

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