Acquisto Grafica d’autore

La litografia fu inventata nel 1796 secondo un procedimento piuttosto lento e costoso, inadatto alla produzione seriale di locandine. Con il processo litografico a tre pietre di Cheret, ideato nel 1880, si poté ottenere la policromia usando appunto tre pietre, per i colori rosso, giallo e blu. Prestando le dovute attenzione alla perfetta sovrapposizione delle matrici, si ottenevano così colori intensi e interessanti trasparenze e sfumature che inaugurarono lo stile del manifesto litografico moderno. Fulgido esempio di questo utilizzo fu il poster creato da Toulouse-Lautrec per il Moulin Rouge, tirato nel 1891. Durante la Belle Epoque, iniziarono a nascere in Francia mostre, riviste e negozi dedicati alle locandine.

Ogni paese sviluppò un proprio linguaggio specifico legato a un utilizzò altrettanto particolare. Per esempio in Francia le locandine erano dedicate a caffè e cabaret, in Italia le protagoniste erano l’opera (trattata con uno stile drammatico) e la moda. In Spagna si illustrano corride e feste; in Germania, con palesi richiami al medioevo, si annunciavano fiere e riviste. I manifesti olandesi erano invece caratterizzati da moderazione e ordine.

Toulouse-Lautrec, Mucha e Cheret, furono i principi nella tecnica litografica seguiti da Leonetto Cappiello, giunto a Parigi nel 1898. Il suo stile, rispetto a quello coevo, si concentrò maggiormente sulla semplicità e sull’immediatezza, spesso umoristica o bizzarra, adatta a catturare l’attenzione del passante comune. Il suo stile avrebbe dominato la poster art parigina fino all’avvento dell’Art Deco e di Cassandre nel 1923. Assieme a Leonetto Cappiello, al tedesco Adolf Hohenstein, a Giovanni Maria Mataloni, Enrico Sacchetti e a Leopoldo Metlicovitz, Marcello Dudovich fu uno dei padri del moderno cartellonismo pubblicitario italiano.

Intanto nuovi modi si stavano facendo avanti abbandonando l’ornamento curvilineo in favore di una struttura rettilinea e una geometrica basata sul funzionalismo. Ideatori di questo nuovo stile furono gli artisti che lavoravano nella scuola scozzese di Glasgow, quelli della Secessione austriaca di Vienna e il tedesco Deutscher Werkbund. Lucian Bernhard a Berlino e Ludwig Hohlwein a Monaco avviarono, dai primi del Novecento, un naturalismo minimalista incentrato su colori e forme piatte.

Con la prima guerra mondiale il poster assunse un ruolo di propaganda al fine di raccogliere denaro, reclutare soldati volontari e ispirare le produzioni industriali nazionali. La pubblicità americana ispirò i bolscevichi, che usarono la poster art come arma propagandistica.

Intanto le avanguardie iniziarono a dettare le nuove direttive estetiche alle quali si abbinarono i primi corsi di graphic design in Francia, Germania e Svizzera, segnando così un fondamentale passaggio dall’illustrazione alla progettazione grafica pubblicitaria. Esemplare in questo senso il lavoro dei costruttivisti russi, caratterizzato da forti diagonali, fotomontaggi e colori stridenti.

Verso la metà degli anni Venti le diverse spinte moderniste si fusero nell’Art Deco nella quale si manifestarono potenza, velocità, semplicità di forme e lettering elegante e spigoloso. Negli anni ’20 è celebre la produzione di poster a cura di Marcello Nizzoli. Durante la seconda guerra mondiale il poster svolse nuovamente un ruolo di propaganda ma questa volta la tecnica utilizzata fu l’offset caratterizzato dal classico schema a punti. Intanto divenne comune l’uso della fotografia nei manifesti. Un vero e proprio boom nell’uso dei poster si verificò nei primi anni ’50, secondo due direttive generali: una di consumo vivacemente colorato e stravagante detto “stile anni ’50” e uno aziendale chiamato “International Typographic Style”, razionale, ordinato, altamente strutturato e influenzato dalla nuova tipografia Bauhaus. Questo stile si è sviluppato in Svizzera tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 ed ebbe tra i suoi rappresentanti Josef Müller-Brockmann. Le qualità spensierate dello “stile anni ’50” invece ebbero come protagonisti Herbert Leupin e Donald Brun in Svizzera, Paul Rand negli Stati Uniti e Raymond Savignac in Francia.

Per citare ancora alcuni protagonisti italiani: negli anni ’40 Carlo Fisanotti e poi Nino Nanni, Franz Marangolo e Bruno Munari.