Colombotto Rosso Enrico

COLOMBOTTO ROSSO ENRICO

(Torino, 7 dicembre 1925 – Casale Monferrato, 16 aprile 2013)

 

BIOGRAFIA E OPERE

Colombotto Rosso Enrico, fin da bambino manifesta la propensione per il disegno e studia da autodidatta le tecniche espressive. Fra i 15 e i 19 anni frequenta una piccola cerchia di poeti e letterati, scrive poesie e segue da vicino l’ambiente artistico e culturale torinese. All’età di quindici anni, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, il padre di Enrico Colombotto Rosso decise che il figlio poteva fare l’artista se avesse preso il diploma all’Accademia Albertina. Purtroppo venne bocciato subito all’esame di ammissione. In seguito alla delusione per il mancato ingresso all’Accademia, iniziò a lavorare nella fabbrica di famiglia, successivamente fece svariati lavori, tra i quali: l’elettricista, il magazziniere, lavorò al tornio, in Fiat e per ultimo in banca. In seguito alla morte del padre ereditò una piccola somma che gli permise di fare della pittura il suo mestiere. Tentò per la seconda volta l’ingresso all’Accademia, ma fu nuovamente bocciato. Diventa uno dei protagonisti di spicco dell’ambiente pittorico torinese. Attraverso un’arte difficile da comprendere, fortemente influenzata dagli ambienti tristi e plumbei della Torino del primo Novecento; neosurrealista, si richiama ad influenze secessioniste e neo-Liberty rifugiandosi nel minuzioso e sontuoso decorativismo che fa da sfondo a figure esili e macabre. I soggetti dei suoi quadri sono pervasi da inquietudine e tensione, da una ricerca tesa verso tematiche di morte che, nella raffigurazione di scheletri, figure esanimi, camere a gas e campi di concentramento, rimanda alla più grande tragedia della storia, seppur mantenendo un accenno di vita, riproposto nei volti infantili di neonati e bambole. Molti dei suoi personaggi appartengono ad un’umanità tetra e deforme, quasi sicuramente provenienti da una realtà disperata quale quella più volte incontrata nei corridoi della Casa d’Accoglienza del Cottolengo di Torino e alle frequenti visite al Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso.

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